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 sito architettonico CASTELLO DI VENERE

sito architettonico
CASTELLO DI VENERE

CASTELLO DI VENERE

Sui resti del santuario, i Normanni edificarono il loro castello, fulcro di un sistema difensivo che comprendeva le torri del Balio - da Bajulo, come era chiamato il magistrato che rappresentava il re e che risiedeva con la sua corte nel castello - che ne costituiscono le fortificazioni avanzate. Il castello, costruito sulla rupe del the'menos nel XII secolo, era collegato al piano, piu' basso, delle torri, da un ponte levatoio, poi sostituito dalla gradinata che ancora oggi si percorre per raggiungerlo. Al suo interno sono stati rinvenuti - e, anche, purtroppo, perduti - elementi architettonici a supporto del percorso storico, essenzialmente riferibili alla ricostruzione medievale della fortezza, in cui erano stati riutilizzati anche frammenti dell'antichissimo santuario, e alla riedificazione del tempio in epoca romana. Le origini di Erice - Iruka per gli Elimi, Erech per i Cartaginesi, Eryx per Greci e Romani - certe quale citta' elima, risalgono probabilmente ai Sicani e, da sempre, sono indissolubilmente legate al culto della Dea: prima ancora che fosse dedicato dai Fenici ad Astarte, quello che fu il the'menos, il santuario di Afrodite, il tempio di Venere Ericina, era gia' il luogo della dea dell'amore. Un luogo che avrebbe attirato su questa vetta popolazioni da ogni parte del Mediterraneo e dove, secondo Diodoro Siculo, Erice, figlio di Bute. uno degli argonauti di Giasone, e di Afrodite stessa, aveva eretto il tempio dedicato alla propria madre e fondato la citta'. Nel corso del tempo, il culto della Venere ericina, a cui i marinai di passaggio erano particolarmente devoti grazie anche alle bellissime Ierodule, giovani prostitute sacre alla dea dispensatrice di volutta', crebbe insieme alla sua fama e alla sua ricchezza: Tucidide fa riferimento a i doni fatti alla Dea, anfore, coppe e ricche masserizie... dai pellegrini e Diodoro Siculo attribuisce a Dedalo, fuggito da Creta, la creazione di un ariete d'oro dedicato ad Afrodite. In ogni caso, e' chiaro che un luogo come Erice, in una posizione geografica del tutto privilegiata per l'ampissima visuale, oltretutto fortificato e protetto efficacemente, dovesse assumere il potere che l'interesse dei popoli che si succedettero attribuirono al santuario-fortezza. Tra questi i Romani, che, sconfitti i Cartaginesi, si appropriarono del luogo e del culto della Venere, da tempo diffuso in molte citta' mediterranee, ricostruirono il tempio sulle rovine lasciate dalla guerra, riportando Erice agli antichi splendori, e fecero erigere a Roma, prima, un piccolo tempio sul colle Capitolino e, nel 181 a.C., uno piu' grande presso Porta Collina, dedicati alla dea ericina. La considerazione dell'Impero per Erice fu tale da stabilire di porre, a protezione del the'menos ericino, una guarnigione di soldati e che le citta' piu' fedeli della Sicilia dovessero sostenere anche economicamente il culto. Addirittura, la citta' e il suo territorio verranno citate da Virgilio che scrive di come Enea si fermo' in questi luoghi e volle seppellire vicino al santuario il padre, Anchise, prima di veleggiare per il Lazio dove fondo' Roma: questo mito lego', quindi, di parentela elimi e romani, entrambi discendenti da Venere, madre sia di Enea che di Erice... A lei, contribuendo ad arricchire il tesoro del tempio, offrirono doni governatori, magistrati, alti militari fino a che, diminuiti i traffici marittimi e con essi la solidita' economica della Sicilia, il culto, gia' impoverito dal fatto di essere praticato in quello che era divenuto un centro militare, fu debellato dall'avanzare del cattolicesimo. Dopo il periodo romano, quello del massimo splendore, ad Erice si succedettero bizantini, saraceni - con questi ultimi si chiamo' Gebel al Hamid - e normanni: Ruggero d'Altavilla battezzo' il borgo e il territorio Monte San Giuliano, in onore del Santo che era intervenuto, a cavallo e con una muta di cani, a dare man forte ai suoi soldati contro gli arabi. Che con rimpianto lasciarono la rocca e, soprattutto, le donne di Venere: che Allah il misericordioso le faccia schiave dei Musulmani scrisse, nel 1185, Ibn Giubayr